tradimenti
La figa viene sempre per Prima
22.09.2025 |
753 |
1
"Quando arrivò il mio turno, il suo culo era già un buco aperto, rosso e imbrattato..."
Il mio cazzo non ha mai capito la parola "amicizia". Specialmente quando si tratta di Daniela. Sono impegnato, felice, innamorato della mia compagna. Ma ogni volta che quella troia di Daniela, la moglie del mio migliore amico Antonio, si muoveva, era un pugno nelle palle. Quarantadue anni suonati, e mi ritrovavo a sognare di sfondare il culetto perfetto che si intravedeva sotto le sue gonne, di strapparle quelle calze autoreggenti che ostentava con una nonchalance da vera puttana.
Era un'ossessione sporca, che seppellivo in fondo alla coscienza. Fino a quella notte di aprile.
La serata era finita. Ero brillo e pronto per il letto, quando la sentii. Quella risata da cagna in calore. Mi voltai e la vidi: stivali neri, gonna vinaccia che lasciava intravedere cosce lisce, una scollatura che invitava a seppellirci la faccia. Daniela, circondata dalle sue amiche, era il centro del mondo. Un mondo di tentazione.
Le offrii un passaggio. In macchina, l'odore del suo profumo si mischiava all'odore di puttana che da tempo mi immaginavo. I miei occhi scendevano sulle sue gambe, incollati alla striscia di pelle nuda tra il bordo della gonna e l'inizio delle calze. Autoreggenti. Lo sapevo. Le avevo sempre immaginate.
Davanti a casa sua, l'invito:
"Vieni a bere qualcosa?". Dovevo dire di no. Ma il mio cazzo, già duro come un sasso, e quei pensieri malati su di lei avevano già deciso per me.
Seduti sul divano, la tensione era palpabile. Finii la birra e feci per alzarmi. Fu allora che lei mi bloccò, appoggiandomi una mano sulla coscia. Una scossa elettrica.
"Tanto stanotte Antonio non torna", sussurrò.
Non ci fu altro da dire. La mia bocca si schiacciò sulla sua, un bacio di “Tradimento” verso il mio iglior amico e ovviamente quello di Rita, una lingua contro l'altra, un groviglio di bava e desiderio. La mia mano si infilò sotto la gonna, trovò il bordo elastico della calza e, subito dopo, il calore umido del suo perizoma. Era fradicia.
"Forza Giuseppe, scopami!" ringhiò, slacciandomi la cintura.
Non me lo feci ripetere. La sbatterei lì, sul divano. Le strappai le mutandine e le infilai il cazzo in gola. Era una pompinara nata, profonda, avida. Poi la penetrai, un colpo secco che la fece urlare. La scopai come un animale, con lei che mi graffiava la schiena e mi implorava di più. Le sborrai dentro, un getto caldo che la fece tremare.
Ma non bastava. La portai sul letto e la presi di nuovo, stavolta riversandole il seme sulla pancia. E ancora, per la terza volta, la inchiodai a quattro zampe sul pavimento e le sfondai il culo. Lei urlava, era come una troia posseduta, mentre il suo ano si stringeva intorno al mio cazzo. Alla fine, esausto, crollai a terra.
Il rimorso arrivò come un'ondata di gelo. Che cazzo avevamo fatto? E Antonio? Lei, come una vera stratega del tradimento, lesse la paura nei miei occhi.
"Tranquillo, Giuseppe. Non è successo niente. Abbiamo solo bevuto una birra, no?"
Il suo ragionamento era di una perversità geniale. Entrambi traditi, entrambi colpevoli. Nessuno dei due avrebbe mai parlato, perché sarebbe stata la rovina di tutti. Un segreto blindato dal reciproco interesse.
"E noi?" le chiesi, confuso.
"Amici. Solo amici. A me non interessano le storie d'amore. A me interessa il cazzo".
Era ufficiale. Daniela non era un'amante. Era una valvola di sfogo. Una troia da scopare quando la voglia diventava insopportabile. Pensavo fosse finita lì. Invece, settimane dopo, la ritrovai in pizzeria con le sue amiche. Erano con me anche quattro miei colleghi: Marco, Massimo, Edoardo e Luca. Maschi affamati.
Daniela era elettrica. Dopo aver fatto andare via le amiche, decise di seguirci nell'appartamento che usavano i ragazzi. In macchina, la sua mano iniziò ad accarezzarmi la gamba. Poi sentii un'altra mano. Era Marco, che le palpeggiava l'altra coscia. La situazione degenerò in pochi secondi: io e Daniela ci stavamo sbavando in bocca, mentre le mani di Marco le sollevavano la gonna.
Nell'appartamento, non ci fu bisogno di parole. I ragazzi capirono tutto. "Ehi, non ci avevi detto che ti scopi la donna del tuo migliore amico!" rise Massimo.
Daniela, invece di offendersi, sorrise. Era quello che voleva. La spogliammo, lasciandole solo stivali e autoreggenti. Si inginocchiò e iniziò a succhiare i nostri cazzi uno dopo l'altro, come una squillo esperta. Poi fu la volta delle scopate. La prendemmo in ogni buco, a turno. Doppie penetrazioni goffe ma estremamente intense. Lei gridava, incoraggiandoci: "Sì, scopatemi tutti, riempitemi di sborra, puttane che non siete altro!".
La ricoprimmo come un dipinto, viso, tette, pancia. E lei, sorridente e ancora vogliosa, ci guardava con occhi vitrei. All'alba, Massimo la stava ancora inchiappettando sul tavolo mentre Luca preparava il caffè. Tornai a casa distrutto, con l'immagine della sua faccia imbrattata di seme stampata nella mente.
L'SMS di conferma arrivò puntuale: "Solo una birra, non dimenticartelo".
L'estate passò tra cenette in quattro, dove io e Daniela recitavamo la parte degli amici perfetti. Ma ormai, ogni suo sguardo era una promessa oscena.
Un pomeriggio di giugno, ci incontrammo per caso. Nei giardini pubblici, su una panchina, la tentazione fu troppo forte. Le scopai la bocca mentre passava gente a pochi metri, poi la portai dietro un muretto e la inculai contro un rudere, sborrandole dentro sotto il sole cocente.
Il gioco era sempre lo stesso. Un SMS, un incontro, una scopata animalesca, e poi il silenzio. Fino all'autunno.
I miei colleghi volevano il bis. Daniela, dopo qualche resistenza, accettò. Il problema era il luogo. Un mio collega, Claudio, ci prestò il suo appartamento, a patto di essere invitato. E portò con sé un amico, Roberto. Saremmo stati in sei. Daniela quella sera era una dea della depravazione. Cappottino verde, vestitino rosso fegato, stivali. Appena entrata, si sbottonò il vestitino e lo lasciò cadere a terra. Sotto, solo un reggicalze nero, un perizoma di pizzo che sparì in un nanosecondo, e quel suo sorriso da cagna in calore.
Fu un'orgia dionisiaca. Sei cazzi per una sola donna. Daniela si abbandonò completamente. Si fece leccare, succhiare, penetrare in ogni orifizio. Guidava lei il gioco, ordinandoci: "Voglio tutta la vostra sborra in gola, maiali!". E noi obbedimmo. Doppie penetrazioni fluide, grazie all'esperienza porca di Claudio e Roberto. Lei gemeva, un fiume di parole oscene che uscivano dalla sua bocca piena di cazzo.
Alla fine, esausta, si offrì a un'ultima serie di scoppole anali. Quando arrivò il mio turno, il suo culo era già un buco aperto, rosso e imbrattato. Le afferrai i capelli e glielo rifilai con violenza, sussurrandole all'orecchio:
"È quello che volevi, vero Daniela? Sentirti la troia che sei".
Sborrai dentro il suo ano devastato, completamente svuotato. Il patto reggeva. Era solo sesso. Puro, sporco, liberatorio sesso. E io, come un idiota, non vedevo l'ora della prossima "birra".
Un idiota traditore oserei dire, ma felice!
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per La figa viene sempre per Prima:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
